Crea sito

Vincenzo Romano un parroco sugli altari – Momenti salienti del servizio di Parroco

Continuiamo il cammino nella vita del nostro Parroco Santo di Torre del Greco (Napoli) San Vincenzo Romano per conoscerlo meglio,tratto da uno scritto del monsignor Salvatore Garofalo, che fù il postulatore della Beatificazione del parroco di Santa Croce  nel 1963 e che divideremo in più parti per agevolare una piacevole lettura.

Vincenzo Romano un parroco sugli altari” – Salvatore Garofalo :

UN GRANDE ELEMOSINIERE

A Torre dicevano appunto così: «Il Preposito è un grande elemosiniere» e «cavaliere» nel dare; le sue elargizioni, però, erano dirette a scongiurare i peccati ai quali inclina una miseria amara e a togliere le occasioni di scandalo. I familiari dovevano sorvegliarlo con attenzione se non volevano che i suoi cassetti si vuotassero continuamente della biancheria: più d’una volta, ad esempio, dovettero cucirgli in fretta un nuovo paio di calzoni, perché quelli di Vincenzo erano passati a qualche povero. Per sfuggire ai suoi, il Preposito, da un terrazzino di casa, allungava il proprio materasso a una povera donna che ne aveva bisogno per maritare la figlia e incaricava gli amici di acquistare a Napoli capi di corredo per le fidanzate che la lunga attesa metteva in pericolo. Il fratello Giuseppe, che era il capo della famiglia Romano dopo la morte del padre, si lamenta che Vincenzo era sempre senza quattrini e non gli dava un soldo, per cui delle rendite di casa non gli passava nulla, perché doveva mantenerlo. Una volta, tra il serio e il faceto, Vincenzo disse a sua cognata: «Tu hai quel cassettino ove son riposti gli oggetti d’oro,vediamo di che valore siano, vendiamo tutto e diamo ai poverelli».

Una volta, racconta un testimone, «alcuni picchiarono alla sua porta e chiesero del parroco per un infermo, il Servo di Dio subito si buttò dal letto per accorrere. In mezzo alla strada, quei birbanti mariuoli gli dissero: «Preposito, dacci l’orologio». Subito lo cavò di tasca e lo consegnò, dicendo: «Voi avete fatto male nell’avermi qui tradotto con la bugia, me lo potevate chiedere in casa. Io ve lo regalo; confesserete la bugia e il furto che sono peccati, ma non v’imbarazzate per la restituzione, perché io ve l’ho donato».

APOSTOLATO  DEL MARE

I torresi ricavavano quasi tutta la loro ricchezza dal mare e specialmente dalla pesca del corallo, per cui il re di Napoli chiamava Torre del Greco «la spugna d’oro del suo regno».

Quella ricchezza, però, costava lacrime e sangue. Le barche coralline, in numero da trecento a duecento al tempo di San Vincenzo Romano, ciascuna con circa dieci marinai a bordo, partivano dalla spiaggia di Torre tra febbraio e maggio con la benedizione solenne del parroco, per tornare circa nove mesi dopo. Durante tutto questo tempo affrontavano i pericoli del mare e le insidie dei corsari, e spesso la lunga fatica non dava i frutti sperati. Accadeva anche che gli equipaggi fossero catturati e ridotti in schiavitù, specialmente sulle coste dell’Africa, dove i banchi corallini erano più promettenti. Un sacerdote accompagnava i marinai per l’assistenza religiosa, fornito da San Vincenzo Romano di immagini sacre e di oggetti di devozione. La preoccupazione di quei figli in balia di mari crudeli toglieva il sonno al parroco, alle cui cure restavano affidate le famiglie e i loro interessi. Il ricordo di questa sua sollecitudine pastorale rimase vivissimo anche dopo la morte di San Vincenzo Romano : nella sua casa di via Piscopia si vedono numerosi quadretti ex-voto, sui quali sono dipinte ingenuamente barche coralline in preda a furiose tempeste, mentre in alto campeggia l’immagine di San Vincenzo Romano in atto di protezione. Immagini di San Vincenzo Romano stampate su tela avevano un posto d’onore sulle barche o sventolavano sui pennoni a tutti i venti.

I pescatori e i commercianti torresi di coralli si segnalarono per la loro generosità nella raccolta dei fondi per la riedificazione della parrocchia, perciò Vincenzo ebbe estrema cura che quelle offerte fossero utilizzate col massimo scrupolo.

Un negoziante torrese di coralli andò un giorno a piangere dal parroco perché era stato derubato in viaggio dalla sua merce di ingente valore. Il Preposito prima lo rimproverò «dei risentimenti che aveva fatto per tale perdita, poi decisamente gli annunciò che dopo pochi giorni avrebbe ricuperato i suoi coralli». Il pover’uomo tenne per buona l’ammonizione, ma non poté fare a meno di non prendere in considerazione la notizia che gli aveva anticipato San Vincenzo Romano . Dopo pochi giorni, però, si presentò a Santa Croce un sacerdote forestiero, accompagnato da uno sconosciuto: era il ladro, che veniva a restituire nelle mani di Vincenzo il mal tolto. Il Preposito fece subito chiamare il negoziante torrese per ridargli il suo e per indurlo a riconciliarsi col ladro. I due divennero addirittura amici.

Particolare rilievo merita un singolare e significativo intervento di San Vincenzo Romano nel mondo dei corallari, a dimostrazione della sua sensibilità per le condizioni sociali ed economiche dei suoi figliani e della sua preoccupazione di moralizzare un settore così importante della parrocchia. L’impresa del corallo era molto complessa ed esigeva l’intervento di capitalisti, di padroni di barche e di equipaggi, i cui rapporti di interesse erano complicati e si prestavano agli abusi. Il re di Napoli, su richiesta e con l’aiuto di esperti torresi, aveva promulgato nel 1790 il famoso Codice corallino e aveva istituito una Compagnia del corallo, ma l’uno ebbe scarsa applicazione e l’altra non ebbe mai inizio, sicché mancava il rimedio efficace all’avidità degli imprenditori e dei trafficanti. Durante la Santa Visita in parrocchia del Cardinale Arcivescovo Ruffo nel 1816, San Vincenzo Romano Vincenzo si premurò di metterlo a parte dei problemi di giustizia e di morale posti dalla pesca e dal commercio del corallo e formulò, in un prezioso rapporto, quesiti precisi. Una commissione di canonici di Napoli esaminò attentamente il documento e fornì le risposte ai complessi interrogativi

Per questa via, San Vincenzo Romano provvide a fare appello alla coscienza cristiana dei suoi figliani, perché i loro guadagni e la loro ricchezza non gridassero vendetta al cospetto di Dio. Imprenditori e marinai, datori e prestatori d’opera, sapevano d’ora in avanti quali erano i loro veri doveri e i loro giusti diritti.

TRA GUERRE E RIVOLUZIONI

La vita di San Vincenzo Romano si svolse in un periodo in cui le vicende del regno delle Due Sicilie furono piuttosto tumultuose e confuse. Nato sotto i Borboni, Vincenzo vide l’esplosione della Repubblica Partenopea dal gennaio al giugno del 1799, il cosiddetto decennio francese con i Napoleonidi sul trono di Napoli (1806-1815), il governo provvisorio del 1821 e, negli intervalli, il via vai dei Borboni da Napoli. Religione e politica, in quel tempo, erano, in buona o in mala fede, inestricabilmente intrecciati tra loro e tutti facevano appello al Vangelo per tirare il Clero alla loro parte. San Vincenzo Romano non badò alle effimere fortune e fu partigiano dell’ordine e della pace; stette sempre dalla parte dei diritti della Chiesa, senza compromessi o sottintesi.

Gli avvenimenti di Napoli ebbero a Torre confuse ed esagitate ripercussioni. Anche tra i parrocchiani di Vincenzo impazzì la nuova libertà e proprio a lui fu rivolto, nel ’99, l’invito a tenere il discorso ufficiale in occasione dell’innalzamento dell’albero della
libertà nella piazza vicinissima alla sua casa. Vincenzo si schermì con buon garbo, ma fu accusato di sentimenti antirepubblicani presso il Direttorio di Napoli. Chiamato a discolparsi, si sentì dare del bugiardo: «Peccatore sì, bugiardo no!» rispose, e la provvidenziale presenza tra i giudici di un suo antico compagno di scuola lo salvò dalle peggiori conseguenze: ne andava di mezzo la testa!

Dal pulpito, Vincenzo predicava contro gli eccessi e il libertinaggio dei giacobini e perciò fu chiamato «brigante», «bestemmiatore della repubblica», reo di pregare per il rovesciamento del nuovo governo. Effettivamente, Vincenzo aveva organizzato turni di adorazione e di preghiere, ma soltanto perché la tranquillità ritornasse per tutti e si spegnesse la fiamma dell’odio e della violenza.

Una volta accompagnava due condannati a morte per un tratto di strada deserto e coperto dalla lava vesuviana, quando gli infelici espressero il desiderio di un bicchiere d’acqua. San Vincenzo Romano , che non aveva assolutamente modo di provvedere, li esortò ad avere pazienza e si rivolse al cielo con accorata preghiera. Quasi d’improvviso, si vide allora davanti un vecchio con una caraffa in mano: «È acqua del cielo, – gridò – acqua del paradiso», ed ebbe la consolazione di vedere i condannati affrontare con cristiana rassegnazione l’ultimo supplizio.

Durante il decennio francese, San Vincenzo Romano fu privato della congrua parrocchiale e dovette chiedere egli stesso l’elemosina per soccorrere i suoi carissimi
poveri. Ebbe continui fastidi e fiere minacce dal truculento commissario di polizia francese di Torre del Greco, al quale rispondeva imperturbabile: «Io non vi temo quando si tratta della gloria di Dio. Ecco la mia vita». Ai facinorosi, che avrebbero voluto far di lui un fedele repubblicano, diceva: «La legge di Dio è una, l’anima è una […]. Per la legge di Dio non importa morire un anno prima o un anno dopo». Si dava da fare per mantenere a freno le soldatesche, che in quegli anni avevano il loro quartiere a Torre del Greco, e riuscì a salvaguardare l’onore e la pace delle famiglie.

PER  IL PAPA

Vincenzo partecipò intimamente al dolore della Chiesa per le tristi vicende di Papa Pio VII, che Napoleone aveva ridotto in prigionia nel 1809. Quando, nel 1814, il Papa ritornò alla Sede Apostolica tra il giubilo universale, sembrò che il Preposito di Torre del Greco impazzisse di gioia. Per tre giorni indisse solennissime feste e consentì, per l’unica volta in vita sua, che la musica in chiesa fosse affidata a un’orchestra. Per il discorso di occasione, raccolse notizie da un sacerdote forestiero particolarmente informato e trascinò all’entusiasmo il popolo. Durante gli anni della prigionia del Papa, San Vincenzo Romano aveva steso una fitta rete di preghiere tra i sacerdoti e i fedeli: «Pietro è in carcere», diceva, e come la prima comunità cristiana innalzava a Dio suppliche per l’Apostolo prigioniero di Erode Agrippa, così la sua parrocchia, con lo stesso spirito e fervore, doveva pregare per la liberazione del successore di Pietro.

Il Papa fu informato della festa fatta dal Preposito di Torre da un sacerdote romano che vi aveva assistito e si era offerto di chiedere al Santo Padre la grazia più desiderata da Vincenzo. Egli domandò che gli fosse concesso di dare al suo popolo la benedizione in nome del Papa, e che il Santo Padre stesso inviasse una sua particolare benedizione perché Torre del Greco fosse liberata dal flagello delle eruzioni vesuviane. Da Roma arrivò subito la risposta favorevole con un certo numero di «devozioni» e alcune «cartelle della Madonna» da gettare nel cratere del Vesuvio, come a soffocarne l’ira. Nonostante la fatica dell’ascensione, San Vincenzo Romano si recò personalmente, accompagnato dal popolo, a compiere la cerimonia con grande spirito di fede.

NON PIÙ FUOCO SU TORRE

Dalla spaventosa conflagrazione del 1794 in poi, il Vesuvio aveva tenuto in ansia i torresi con continue eruzioni e San Vincenzo Romano aveva moltiplicato preghiere e processioni di penitenza, animando il popolo alla fiducia nella protezione di Dio. Fu in una di queste occasioni  che, attesta il sacerdote Agnello Palomba,«annunziò   all’udienza   numerosissima   che Iddio,mercé l’intercessione della sua Madre, sarebbesi benignato nell’altissima sua clemenza di frenare le lave vesuviane, che non più sarebbero in seguito discese a distruggere Torre. Da quel giorno in poi ci sono state altre eruzioni, ma le lave di fuoco or corse a levante, or corse a ponente, non mai più sono corse verso Torre. Questa predizione la fece mentre predicava sulla pubblica piazza […] e tuttora si ricorda al popolo».

Sta di fatto che Torre, pur trovandosi nel settore più esposto al Vesuvio, fino a oggi non ha più lamentato disastri come quelli del 1794, e la fiducia nella promessa di San Vincenzo Romano o resta vivissima nel suo popolo. Già nel 1822, quando si rinnovò l’incubo del fuoco vesuviano, mentre il cielo in pieno mezzogiorno era più nero della mezzanotte per una fittissima pioggia di cenere, la folla piangente intorno al parroco Romano attribuì alle sue preghiere l’improvvisa apparizione del sole.

BRUCIATO IN EFFIGIE

I moti carbonari del 1820-1821 furono particolarmente attivi a Torre. Il Papa Pio VII aveva condannato la setta perché, pur fingendo «una singolare osservanza e un meraviglioso impegno per la Religione Cattolica», pretendeva di «dare ad ognuno una gran licenza di formarsi la religione a capriccio». Fedelissimo all’insegnamento del Pastore della Chiesa, il
parroco di Torre non diede tregua col suo zelo ai carbonari locali. Quando gli prospettarono i vantaggi di iscriversi egli stesso alla setta, rispose: «Ho facoltà di ascrivervi, se volete, alla pia Unione del SS. Rosario, all’Ora da farsi al SS. Sacramento; non conosco altre adunanze di cui mi parlate». Gli minacciarono perfino di infliggergli una salutare bastonatura e lo molestavano insolentemente fino in casa sua, ma i parrocchiani provvidero a scortare in ogni passo il loro Curato. Le teste calde dovettero accontentarsi di fare con la paglia un goffo fantoccio vestito da prete, per avere la magra soddisfazione di bruciare almeno in effigie l’irriducibile prete, che aveva detto: «Io non temo né voi né centomila come voi; temo solamente quel Dio che mi deve giudicare […] . Mi trovo in questo posto e devo fare il mio dovere, e ancorché mi sacrificassero morirò contento».

Buon cammino con San Vincenzo Romano