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Vincenzo Romano un parroco sugli altari – Gli anni della formazione

Il 14 ottobre 2018 veniva proclamato Santo il Beato Vincenzo Romano, vanto non solo per la città di Torre del Greco, che ne conserva con affetto la memoria, ma anche per l’intero clero dell’Arcidiocesi di Napoli,pur ricco di figure sacerdotali nobili per santità di vita, impegno apostolico e vivacità culturale.

A distanza di più di un anno  da quel momento,coscienti che non è facile il compito di trasmettere alle giovani generazioni l’amore per coloro che hanno costruito il mondo in cui essi vivono e, in particolare, per coloro che hanno lasciato una benefica e luminosa traccia, intendiamo riproporre la lettura di uno scritto di monsignor Salvatore Garofalo, che fu il postulatore della Beatificazione del parroco di Santa Croce don Vincenzo Romano nel 1963.

Si tratta di un “assaggio”del libro in specie per chi non conosce bene la figura del nostro Parroco Santo ,e che divideremo in più parti per agevolare una piacevole lettura.

Vincenzo Romano un parroco sugli altari” – Salvatore Garofalo:

GLI ANNI DELLA FORMAZIONE

San Vincenzo Romano vide la luce tra il Vesuvio e il mare, a Torre del Greco, in provincia di Napoli. Nacque e fu battezzato lo stesso giorno: il 3 giugno 1751 e avrebbe dovuto chiamarsi Domenico, come fu denunziato nei registri, ma i parenti decisero subito per il secondo nome Vincenzo, per devozione al grande santo domenicano spagnolo, che l’arte raffigura con una fiamma sul capo e con le ali dell’angelo dell’Apocalisse. La famiglia era modesta e piissima. Il padre Nicola lavorava la terra e la madre Grazia Maria badava alla numerosa famiglia: Pietro, che fu poi religioso, Giuseppe, Felice, Gelsomina, “monaca di casa”, ed Angela.

PRIMI PASSI NELLA GRAZIA

Grazia Maria, la mamma, era dolcissima. Il papà, Nicola, con uno sguardo e pochissime parole, faceva filare tutti dritto. Tra le sorelle, fu la buona Gelsomina che, in particolare, prese le cure del piccolo Vincenzo il quale, fin dai primissimi anni, fu educato ad una robusta pietà e ad una giusta disciplina. Appena fu possibile, frequentò per prima cosa il catechismo domenicale in Santa Croce, unica parrocchia di Torre e, in età opportuna, fu mandato a scuola presso un sacerdote, che fu poi suo padrino di Cresima.

Nella scuola il primo posto era dato all’educazione morale e religiosa: si cominciava infatti con un sermoncino, spesso tenuti dagli stessi scolari. Di carattere riservato e d’intelligenza pronta, Vincenzo non fece fatica a esser tra i primi.

L’educazione cristiana ricevuta in famiglia e a scuola avrebbe potuto consentire a Vincenzo di accedere presto ai sacramenti, ma dovette aspettare, secondo le disposizioni diocesane del tempo, fino ai dieci anni circa per la Prima Comunione, dopo aver ricevuto tre anni prima la Confermazione.

La buona gioventù di Torre del Greco frequentava allora la Congregazione della Madonna dell’Assunta, dove, si pregava, si praticavano numerosi esercizi di pietà, si ascoltava la Parola, ci si istruiva.

Il paese era pieno di sacerdoti: su circa diecimila abitanti si contavano quasi cinquanta del solo Clero diocesano e trentacinque seminaristi: per questo motivo le autorità ecclesiastiche erano molto severe nella scelta dei candidati al sacerdozio.

LA NON FACILE VIA

Quando, infatti, il quattordicenne Vincenzo manifestò spontaneamente il desiderio di seguire il fratello Pietro, entrato sei anni prima tra i Padri Dottrinari,
sulle vie della consacrazione al Signore, dovette faticare non poco per vedere il suo desiderio soddisfatto. Papà Nicola, che aveva già pensato di far di lui un bravo orefice, non fece nulla per invogliare suo figlio, ma nemmeno gli si oppose senza ragione. Volle, sì, il giudizio e il consiglio di sperimentati sacerdoti; poi, sebbene avesse già dato alla Chiesa il suo primogenito, acconsentì che si facessero i passi necessari per l’entrata di Vincenzo nel Seminario di Napoli. Ma le difficoltà maggiori dovevano venire proprio di là. Quando l’Arcivescovo del tempo, il Cardinale Antonino Sersale, era stato nominato a Napoli, Sant’Alfonso Maria de Liguori gli aveva raccomandato soprattutto la massima attenzione al Clero e una scrupolosa selezione dei seminaristi. L’Arcivescovo, infatti, riformò gli studi ecclesiastici e sviluppò i due Seminari: l’Urbano, per i napoletani, e il Diocesano per i giovani della provincia. A questo Seminario aspirava Vincenzo, il quale si vide però, sulle prime, rifiutare la domanda. I seminaristi di Torre erano già tanti e poi il Cardinale li conosceva bene – gli Arcivescovi di Napoli avevano a Torre un famoso palazzo per la villeggiatura – e sapeva che erano bravi e intelligentissimi, ma, una volta sacerdoti, c’eran di quelli che «si davano al bastoncino», cioè, non avendo molto da fare, non se lo procuravano nemmeno.

Vincenzo, addoloratissimo del rifiuto, fu tenace. Poiché non si riuscì nemmeno a convincerlo di aspettare ancora qualche anno, si pensò di farlo entrare tra
i Gesuiti di Napoli, ma anche qui i tentativi fallirono, perché la famiglia non era disposta a fargli frequentare le scuole pubbliche dei Padri prima che fosse accolto come novizio. Dei Padri della Compagnia di Gesù Vincenzo conservò sempre un affettuoso ricordo, ma riconobbe nel suo insuccesso un intervento della Provvidenza, perché nel 1767 i buoni Padri, perseguitati in molte nazioni, furono espulsi anche da Napoli e, a un certo momento, la Compagnia sopravvisse soltanto in Prussia e nella Russia. «Certamente, diceva più tardi Vincenzo, io avrei preferito andarmene lontano dalla casa e dai parenti, e non mi sarebbe importato di andare a finire dalle parti di Mosca, ma Dio non volle perché mi aveva destinato alla parrocchia».

Il Cardinale di Napoli, presso il quale intercedette per Vincenzo un nobiluomo napoletano, diede alla fine qualche buona speranza, ma volle che, all’esame previo, i professori fossero senza indulgenza. Il ragazzo di Torre, però, se la cavò con molto onore.

NEL SEMINARIO

Per l’anno scolastico 1765-1766 Vincenzo entrò nel Seminario Diocesano, dove il fior fiore del Clero napoletano lo educò e lo istruì. Fin dai primi giorni fu visto piangere in un angolo della Cappella: nostalgia per la casa e il paese? Ovviamente così pensavano i compagni, ma Vincenzo rispose ai suoi consolatori che si trattava di lacrime di gratitudine e di gioia per la grazia grande di trovarsi là, dove poteva avere tanti aiuti. E di aiuti ne ebbe molti davvero; negli studi, sotto la guida di dotti che erano celebrità nel regno di Napoli, ma per la pietà sopra ogni cosa, per- ché per le ardue vie dello spirito lo indirizzò e lo sorresse il Venerabile Mariano Arciero, sacerdote di eroiche virtù e apostolo del Catechismo nell’Italia Meridionale.

A lui Vincenzo restò sempre legato e i suoi consigli, finché Arciero morì in odore di santità nel 1788, erano legge .

Alla fine del secondo anno di Seminario, Vincenzo ascoltò una celebre novena dell’Assunta, predicata da Sant’Alfonso nella basilica di S. Restituta in Napoli e rimasta celebre e in benedizione per il trascinante fervore del grandissimo santo napoletano.

La chiave degli anni della preparazione di Vincenzo al sacerdozio sta tutta in una sua massima:

«Volesse Iddio che si osservassero  le regole del Seminario, perché quelle sole basterebbero a fare un santo». Infatti, bastarono, come indicano già i due soprannomi che Romano ebbe in Seminario. Lo chiamavano «la pecora stizzita», perché era di una dolcezza scontrosa, e «scialone», cioè gaudente, con allusione alla fame che egli aveva del Pane degli Angeli, l’Eucaristia; di cui si nutriva ogni giorno – cosa allora insolita – e per la gioia che diventava visibile quando poteva trattenersi ai piedi di Gesù in Sacramento.

La qualità dell’ingegno e un naturale trasporto per lo studio fecero ben presto primeggiare a scuola «la pecora stizzita», tanto che i Superiori gli affidarono i giovani più deboli nelle materie letterarie.

Tra la Pentecoste e il Natale del 1769, Vincenzo fu ammesso alla Sacra Tonsura e agli Ordini Minori; nel 1772 faceva il passo irrevocabile nella sua offerta al Signore nell’Ordine del Suddiaconato. Subito dopo, i Superiori lo nominarono prefetto di camerata, incarico che Vincenzo avrebbe voluto rifiutare per timore che ne venisse pregiudicato lo studio. Con i suoi seminaristi Vincenzo fu, come dice un testimone,«dolce ed efficace».

Con lui si doveva studiare seriamente e osservare tutte le regole, ma si era sicuri di essere sinceramente amati e sollecitamente aiutati. Nel 1773 fu ordinato diacono. Il suo padre spirituale diceva che un aspirante al sacerdozio si doveva preparare con la diligenza di un capitano che si appresta alla battaglia e con la coscienziosa bravura di un pilota che si avventura sul mare. L’ora di salpare era vicina.

Buon cammino con San Vincenzo Romano.