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1794 – 15 giugno – 2020 226° dall’eruzione del Vesuvio che distrusse Torre del Greco (Napoli) e l’antica Chiesa di S.Croce.

“Post fata resurgo”

 “Torre del Greco paga la felicità della sua stupenda posizione, al centro di
uno dei panorami più celebrati del mondo, con la paura del Vesuvio che la
domina da vicino; ma i torresi non gliel’hanno mai data vinta e, nonostante le
eruzioni e le distruzioni, son rimasti attaccati a loro infido suolo.

Nel 1794 l’ira del vulcano, che ai tempi di Romano fu attivissimo, si
scatenò. Il 15 giugno, dopo un terremoto premonitore, la montagna si squarciò e
la lava di fuoco si riversò sulle campagne e sull’abitato di Torre del Greco.
Cenere finissima e micidiali lapilli piovevano sulla città, i cui abitanti
fuggirono precipitosamente, lasciando sotto le macerie una quindicina di morti.
La casa di San Vincenzo Romano fu una delle poche scampate all’ira di fuoco. La chiesa parrocchiale di Santa Croce, che era una delle più belle chiese
dell’Arcidiocesi e ricca di pregevoli opere d’arte, fu completamente travolta
dalla lava. Muto testimone del disastro fu il campanile, rimasto intatto nei
due ordini superiori, com’è ancora oggi.

Fu distrutta anche la chiesa del Conservatorio dell’Immacolata e resa
impraticabile quella della Congrega dell’Assunta, dove San Vincenzo Romano era rispettivamente cappellano e Padre spirituale. Torre del Greco doveva essere quasi tutta ricostruita, ma invano le autorità cercarono di convincere i suoi abitanti a occupare un territorio più vicino a Napoli e meno esposto al
vulcano. Prima d’ogni cosa, dopo aver provveduto a riattivare i traffici della
città e specialmente la pesca, si pensò a riedificare la chiesa principale, che
era di patronato municipale. Quattro mesi dopo l’eruzione, una commissione di
sei sacerdoti e sei laici era già al lavoro per raccogliere fondi e per
reclutare la mano d’opera, soprattutto quella volontaria. Non ci si contentò di
una qualsiasi chiesa per sostituire l’antica, ma si fecero le cose assai in
grande, e tuttora la parrocchiale di Santa Croce è uno degli edifici sacri più
vasti dell’Arcidiocesi di Napoli.

A Capodanno del 1795 ebbero inizio i lavori di sgombero delle macerie,
iniziati dal clero e dal popolo che si erano recati sul cantiere in
processione, portando gli attrezzi necessari. L’avvio alla difficile impresa fu
dato da don Vincenzo Romano, già scelto come membro della commissione
sunnominata, il quale non solo infervorò tutti con le parole, ma da
quel momento fu veramente l’anima della riedificazione di Santa Croce, che fu
definitivamente compiuta soltanto quattro anni prima della morte di San
Vincenzo Romano. Le offerte venivano portate a lui, perché il popolo ne aveva
piena fiducia ed era convinto che il danaro si moltiplicasse nelle sue mani. In
realtà, Vincenzo, per pagare puntualmente gli operai, non dubitava di contrarre
debiti personali anche di notevole importo, e quando gli amministratori laici
della chiesa pretesero di controllare personalmente il movimento finanziario,
tutto sarebbe fallito se, con unanime consenso, non si fosse di nuovo affidata
ogni cosa a Vincenzo”.

Tratto da “Vincenzo Romano un parroco sugli altari “- Salvatore Garofalo

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